martedì 13 settembre 2011

VOI di Umberto Fiori (Mondadori)

La poesia italiana degli ultimi anni si è mossa spesso all'interno di luoghi asfittici, negli ambiti piuttosto ristretti segnati dal pronome “io”, scanditi da riferimenti fortemente individuali, da questioni interiori, difficilmente decodificabili da tutti coloro che di questa privata geografia non conoscano le coordinate. Al lettore è stato spesso richiesto, in nome della volontà di sondare territori intimamente inaccessibili, di immergersi in acque insicure e per nulla limpide, in profondità di cui è necessario accettare astrusità personali e chiusure linguistiche.

Umberto Fiori fin dagli esordi poetici ha scelto un'altra strada e nell'ultima raccolta lo dichiara emblematicamente fin dal titolo. Voi (Mondadori 2009, € 14) infatti sposta decisamente l'attenzione dall'io e dalle sue personali disquisizioni, indirizzandola verso tutti coloro, e sono proprio inesorabilmente tutti gli altri, che sono altri da “io”, che vivono altre vite, hanno altre preoccupazioni, occupano altri spazi. Nei loro confronti il poeta manifesta fin dall'inizio della raccolta un duplice sentimento, di malcelata e reiterata attrazione (“Voi credete che in mente abbia soltanto / me stesso. / Sapeste invece quanto spesso / vi penso: continuamente”) e di ostentata, e come tale a volte non del tutto credibile, repulsione (Comodo essere gli altri. // In salvo, fuori tiro, / padroni di andare e venire / come vi pare. // invece io – sempre qui, / a disposizione.).
Del resto la tradizione lirica italiana, almeno nella forma del canzoniere, della raccolta pensata come corpus unitario, si inaugura proprio paradossalmente ricorrendo alla seconda persona plurale. E' con un “voi” infatti che si apre il Canzoniere del Petrarca: “Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono” è il celebre incipit della lirica che Petrarca volle ad introduzione dei temi della raccolta. Scelta di non irrilevante stranezza, se si pensa che a operarla è stato il poeta che più di ogni altro ha innalzato un monumento al proprio io, ai suoi tormenti, contraddizioni, ansie. Ma tutti sanno che quel “voi”, che rimane sospeso in attesa del verbo per le intere quartine, lungi dall'essere il soggetto della frase, mostra la sua vera natura in un vocativo. O voi, che ascoltate i miei versi, dice il poeta, io “spero trovar pietà, nonché perdono”. Lo spostamento è spiazzante, ma porta diritti nelle braccia dell' “io”.
In effetti il bel libro di Umberto Fiori sembra partire proprio da qui, da questo dialogo serrato e ossessivo con tutti coloro che fanno parte dell'immenso consesso dei “voi”: un dialogo che ritorna inevitabilmente all' “io”, ma solo per dichiarare l'impossibilità del singolo a vivere senza l'assillante presenza degli altri e, specularmente, la necessità per tutti i “voi” che ci sia un “io” verso cui rivolgere azioni e attenzioni. Il confronto conduce l'io lirico, anche in questo caso, alla ricerca di perdono e consenso, nel tentativo di trovare negli altri una comprensione che giocoforza stenta ad arrivare, visto che i “voi” sono entità continuamente sfuggenti, pur nella loro imprescindibile e drammatica concretezza. Scrive Fiori: “A voi io penso sempre. Penso alla mia / infinita mancanza”. Insomma si parla di “voi”, ma i “voi” esistono solo in quanto esiste “io”, ed è in questo irrisolvibile dualismo, in questa scissione che è insieme partecipazione ad un comune destino che si consuma un rapporto che procede tra riconciliazioni e strappi. Il confronto è incessante e morbosamente ininterrotto, così che anche le liriche, con il procedere delle pagine, assumono la forma di un poemetto, coerente ma dai tratti volutamente scompaginati.
Il tema dell' “infinita mancanza”, del destino comune di sofferenza e solitudine che unisce indissolubilmente io e voi, e senza rimedio li costringe al duello quotidiano, riporta alle precedenti prove poetiche di Fiori, a cominciare dall'esordio del 1986 con Case, in parte assimilato nel successivo volume Esempi (1992), fino ad arrivare a La bella vista del 2002. Uno stretto legame unisce i diversi libri, mettendo in mostra un mondo che manca di senso, salvo manifestare improvvise e spesso titubanti epifanie che si nascondono dentro piccoli oggetti, eventi marginali, accadimenti spesso vani e comunque poco rassicuranti.
Il linguaggio di Voi, colloquiale ed estremamente asciutto, a tratti aspro, segnato da un ritmo frammentato e affannato, emana certezze solo apparenti, che repentinamente si risolvono in angosciose esitazioni, tali da mettere in dubbio l'identità stessa dei protagonisti dell'azione drammatica: “Che poi - / anch'io sono voi. E voi siete io, si sa. // Ma sarà poi vero? // (…) Se siamo uguali, se / siamo lo stesso, / che cos'è questo male, / questo bene / che ci separa?”.
Il dialogo con un interlocutore che risulta sempre sfuggente e continuamente cambia i propri connotati, il ribaltamento delle identità, ma anche le scelte stilistiche fondate su una versificazione scarna, sul linguaggio essenziale, sull'uso della rima che lega tra loro parole in manifesta contrapposizione e dunque apre a significati improvvisi e inaspettati, ci riportano al Caproni delle ultime raccolte, dove si rappresenta nitidamente un io lirico alla ricerca disperata di un altro da sé, di un qualcuno che sia in grado di fornire una risposta chiarificatrice, e come tale dunque impossibile da recapitare. Valga, a segnalare la nobile parentela, questa bella poesia di quattro versi: “Voi: figlio prediletto / di Dio. // Io: vostra lontananza, / vostro difetto”.
La forza lirica della poesia di Fiori si concentra su un “io” che si scopre solo, in compagnia unicamente delle proprie convinzioni e dei propri valori, che generano dubbi e incertezze, mentre gli altri, i “voi”, sembrano ostentare sicurezze e successi. Da una parte c'è un “io” che, con leopardiana pervicacia, non è in cerca di alcuna consolazione, ma solo di sodali nella lotta contro il comune nemico; mentre dall'altra parte, tra coloro che dovrebbero rappresentare i possibili alleati, “io” trova solo “voi”, solo il nemico. L'unica via di salvezza è provare a immaginare, in quell'ora tra la notte e il giorno “quando le imposte / si orlano di chiaro”, di ribaltare le parti, con i “voi” immortalati “a tossire, / a stendere una mano, a ritrovare / la luce, la vergogna”, e “io” invece diventato “la voce che vi chiama, / lo spettro / che vi tira i piedi”.
In conclusione sarà forse utile fare propria una puntualizzazione del poeta: “(Una precisazione, perché / non vorrei essere frainteso: // io dico voi, ma non prendetelo / come un'offesa)”.




(pubblicata su LaRecherche.it)

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