sabato 19 ottobre 2013

Una partita di calcio con Vasco Pratolini

Il 19 ottobre 1913 nasceva a Firenze Vasco Pratolini. In occasione del centenario i critici letterari approfondiranno gli aspetti più significativi della sua opera. Si rispolvererà certamente la polemica che fece seguito alla pubblicazione nel 1955 di Metello, il romanzo che mise l'uno contro l'altro Carlo Salinari e Carlo Muscetta, a fare le pulci al più o meno edulcorato realismo della narrazione. Verrà ricordato il giudizio, che spesso gravò sull'opera dello scrittore fiorentino, di una narrativa dai toni elegiaci, che contribuì a rendere difficile il rapporto con il partito comunista, rapporto peraltro definitivamente messo in crisi dai fatti di Budapest del 1956, quando Pratolini senza alcuna incertezza si schierò dalla parte degli insorti. Del resto per Pratolini il comunismo doveva essere sempre coniugato all'aggettivo “popolare”: popolare doveva essere la rivoluzione, così come comprensibile al popolo dovevano essere i sentimenti e le azioni raccontate nelle sue opere.
A me, che critico non sono e non ho da scrivere su nessun importante quotidiano, viene piuttosto da pensare che il giorno dopo le celebrazioni del centenario si giocherà a Firenze la partita di calcio tra la Fiorentina e la Juventus.
Ho conosciuto Vasco Pratolini agli inizi degli anni Ottanta. Lo scrittore frequentava un gruppo di amici salernitani di Alfonso Gatto, morto qualche anno prima, che si ritrovavano alla galleria Il Catalogo di Lelio Schiavone. Insieme a Lelio, di tanto in tanto, ci recavamo a Roma a incontrare l'autore di Cronache di poveri amanti e di Le ragazze di Sanfrediano, in una sorta di devoto e amichevole scambio di visite. Una bella domenica di dicembre, dopo che avevamo mangiato in non ricordo più quale ristorante abruzzese, e dopo che la mattinata era trascorsa con Pratolini che mi mostrava le strade dove aveva visto passare i carri armati tedeschi che lasciavano la città, lo scrittore volle fare rapido ritorno a casa. Appena il tempo di chiudersi alle spalle la porta dell'elegante e piuttosto anonimo appartamento che abitava nei pressi di viale Libia e subito Pratolini andò a sedersi, lui reso ancora più piccolo dagli anni, dietro l'enorme scrivania del suo studio. Ci chiese di fare silenzio e mise in funzione la radio. Non ci fu più modo di scambiare parola, se non per commentare qualche gesto calcistico, dopo che una nota marca di brandy ci ebbe augurato buon pomeriggio, comunque andassero le cose per la nostra squadra del cuore, e dopo che la voce di Ameri ci ebbe introdotto all'interno dello stadio di Firenze. Quel giorno la Fiorentina giocava con la Juventus.
Qualche anno prima Pratolini aveva scritte queste parole sul calcio: E’ un vizio? Indubbiamente è un richiamo molto forte, irresistibile, ovunque mi trovi, quale che sia il valore delle squadre, il tempo, gli impegni che mi consiglierebbero di rinunciarci. Nelle mie domeniche salta la domenica, mai la partita. Ed onestamente parlando, oggi come oggi, non so cosa possa accadere di più importante nel resto del mondo, in quelle ore della domenica, di quanto non accada negli stadi, e che meriti di essere veduto, e vissuto. E’ il gusto dello spettacolo, con tutti i suoi deliri anche, che un grande spettacolo comporta. poiché di un grande spettacolo si tratta, il più autentico della nostra epoca, lo spettacolo collettivo, 'per tutti', che il teatro moderno non ha saputo darci”.
C'è tanto della poetica di Pratolini in queste frasi, del suo senso della vita,  della ricerca dell'autenticità dello stare insieme, dell'emozione e dell'affettività che animano le imprese collettive e che si ritrovano, sia pure con altro spessore, nella sua opera. Un'opera che si era interrotta nel 1966 con la pubblicazione del suo ultimo romanzo Allegoria e derisione. Da allora Pratolini aveva pubblicato solo il libro di poesie Il mannello di Natascia, nel 1980, inizialmente proprio a Salerno per le edizioni de Il Catalogo di Schiavone. 
Quando insomma l'ho conosciuto, Vasco Pratolini non pubblicava narrativa da quindici anni e non amava parlare dei suoi libri. Di fronte alle richieste ammirate degli amici si chiudeva in un silenzio anche un po' astioso. Ogni tanto ne parlava con me, prendendomi sottobraccio e avendo cura che gli altri non ascoltassero. Ma con me preferiva comunque chiacchierare di calcio: sapeva di poter discutere di tattiche e gesti tecnici, senza paura di non venir compreso.


martedì 15 ottobre 2013

La didattica di Euclide

Nell'articolo di apertura dell'inserto domenicale del Sole 24 ore del 13 ottobre si dà conto con notevole e speriamo meritata enfasi di un progetto didattico pluridisciplinare che verrà attuato presso il liceo classico “T. Tasso” di Roma, attraverso il quale verranno proposti agli studenti la lettura e l'analisi del primo libro degli Elementi di Euclide. L'obiettivo è quello di indicare una strada che possa offrire nuova energia e nuovi argomenti ad una tipologia di liceo che si sta misurando negli ultimi anni con un vistoso calo delle iscrizioni. Il presupposto è semplice: superare l'idea che la formazione classica sia di fatto obsoleta, contribuendo a ripensare i termini di quella divisione che nel nostro paese ha contrapposto da secoli le “belle lettere” al mondo e alle acquisizioni della scienza.
Dell'articolo firmato da Lucio Russo vorrei però sottolineare soprattutto il passaggio dove si sostiene che esiste un legame tra metodo dimostrativo euclideo e democrazia, e come tale procedimento di pensiero risulti fondamentale per una corretta ed efficace metodica didattica. Insomma non dare per scontate le conoscenze, ma ricavarle dai fatti e dai ragionamenti, aiuta al confronto, educa alla democrazia, cose che tra i banchi di scuola si traducono in stimolo alla riflessione.
“Lo studente abituato a esercitare lo spirito critico – scrive Russo – riconoscendo come vere solo le affermazioni dimostrabili è infatti posto sullo stesso piano del maestro e può correggerne gli errori, mentre l'eliminazione delle dimostrazioni non può che condurre a una didattica di fatto autoritaria”.
L'arretramento educativo degli ultimi anni di cui è protagonista la scuola italiana ruota proprio intorno a questa questione. L'eccessiva burocratizzazione dell'insegnamento sta producendo una semplificazione dei processi comunicativi docente – allievo. Chi insegna spesso vuole apparire depositario di un sapere che deve essere recepito senza troppe discussioni: l'avversione a mettere in gioco conoscenze e nozioni è giustificata dal timore della perdita di autorità, della perdita di tempo, della perdita di un'aureola di sacralità che la cultura, quando entra tra le aule scolastiche, vuole ad ogni costo preservare. Quello che veramente si perde è invece la possibilità di dotare i giovani degli strumenti necessari a ragionare, a dubitare, a provare la forza del proprio pensiero.
Ciò che rende differente la scuola di oggi da quella di tre o quattro decenni fa è la volontà a perimetrare la conoscenza entro confini preventivamente stabiliti, a fornire certezze senza spiegare i ragionamenti che le hanno rese possibili.
Se la scuola deve fornire cultura, e la cultura è sempre capacità di proporre domande e risposte attraverso uno sviluppo di pensiero rigoroso e manifesto, allora ben vengano i progetti che tentano di ridurre la frattura tra discipline umanistiche e scientifiche. Ci soccorra insomma la geometria di Euclide!



giovedì 3 ottobre 2013

IL FUMO BIANCO di Renzo Paris (Elliot)

Le poesie di Renzo Paris che compongono il volume Il fumo bianco sono state scritte nel corso degli ultimi venti anni e si muovono dentro luoghi tra loro distanti, eppure vicinissimi nella biografia e nel cuore del poeta. Sono le città e i paesaggi attraverso i quali si costruisce una geografia familiare e degli affetti, ambientazione e motore primo delle liriche.
I versi di Paris sono costruiti intorno all'urgenza di raccontarci l'esistenza, senza moralismi e senza una visione preconcetta che limiti la meraviglia del guardare, e hanno bisogno, per avviare il percorso verso il lettore, di un luogo fisico e concreto da cui partire, un ambito appunto congeniale e familiare, riconoscibile a sé e agli altri come parte del mito personale.
Innanzitutto c'è Roma, i cui squarci urbani, sia quelli a tutti noti sia gli altri più nascosti, sono comunque rappresentati dal poeta flaneur ogni volta dentro la grazia della scoperta e sovrapponendo e mescolando la confusa vitalità del presente, che spesso degenera nel disfacimento, alla presenza, più viva ed emozionante, della classicità. Il mondo latino è vissuto come un contraltare della contemporaneità, il quale allunga le proprie ombre fino a suggerire una lettura critica del presente, fino ad invogliare a una ricostruzione dell'esistenza e delle sue relazioni: “Forse perché del Novecento / non amo più niente, / a passi lenti e gravi misuro // le mura di questa città e i fori, / i marmi della latinità, evitando / di dar peso ai mezzi meccanici // che intasano il grande garage / della modernità”.
Ma può il poeta intervenire sulla realtà? A questo proposito, accompagnando le parole e i gesti con un sorriso amaro e canzonatorio, l'io protagonista delle liriche sembra voglia tirarsi fuori dalla contesa, presentandosi fin dal principio come sospeso in un tempo che non concede più margini all'azione. “Non sono né giovane né vecchio” si confessa nella lirica d'apertura. “Eppure / sono vecchio. In una nicchia dorata / l'autunno cede il passo all'inverno, / coperto di tenebre e sonno”. Ma nemmeno questa è la verità: “Eppure sono giovane, mi batte il petto. / Mille voci mi rimescolano il sangue”. Infine conclude: “Non sono né giovane né vecchio, sogno / come un demente, queste due età infinite, / immerso nel secchio del vino delle aurore, // in un tempo bambino. Sono vecchio, sono / vecchio, eccomi pronto per le sterminate / eternità”.
La personale geografia di Paris non può poi prescindere dalla Marsica, che è la terra dell'infanzia e degli avi, e dunque si colora di una dimensione mitica e narrativa. E' anche terra che trema, tanto che il “fumo bianco”, che oltre che al libro dà il titolo ad una delle cinque raccolte di cui si compone il volume, fa riferimento al polverone sollevato dalla scossa di terremoto che distrusse L'Aquila e le zone vicine. I movimenti tellurici con la distruzione che producono sono comunque anche metafora di un mondo che si sgretola, di un panorama, anche affettivo e amicale, che perde i protagonisti.
Infine le poesie di Paris ci portano in Finlandia, dove il poeta si è spesso recato negli ultimi anni e dove, come per un incantesimo, sembrano ripresentarsi umori e presenze dell'antico mondo abbruzzese: “Risento l'aroma / di benzina e di lillà, rivedo le nevi / antiche della mia Marsica, ritrovo / i tonitu, i miei dispettosi mazzamurelli”.
La poesia di Paris, con la sollecita corporeità e la contenuta saggezza di quegli scrittori latini che sente affini e fraterni, guarda al mondo che gli è intorno, alle vite dei familiari e degli amici (quelli in vita e quelli scomparsi sono comunque parte attiva nell'esistenza e nelle giornate del poeta), con occhio ad un tempo sollecito e svagato, comunque facendo emergere dal coro di presenze un senso universale del vivere. Il racconto della realtà, ottenuto attraverso terzine di stampo pasoliniano, si realizza per frammenti e approssimazioni, per improvvisi bagliori, per meravigliose scoperte, che suggeriscono, proprio mentre la poesia sembra bisbigliare e dire sottovoce, inaspettate aperture verso orizzonti più ampi, a dichiarazioni mai gridate come vere ma sempre piene di amore per la vita e la poesia. Solo quest'ultima in effetti, sembra suggerire Renzo Paris, può dare veramente conto dell'esistenza, offrirle concretezza. “Possiedo una forma, mentre rimo / vivo. (…) / I miei figli hanno preso il volo, / il nido è vuoto. Voglio vivere ancora, / amare, tradire, rovesciare il cuore”.


(pubblicato sul sito Giudizio Universale)


sabato 28 settembre 2013

Il corpo sa di sole e di salmastro

Una mia poesia tratta da La vita dei bicchieri e delle stelle (Campanotto, 2013). Fa parte della sezione L'anima.



Il corpo sa di sole e di salmastro,
l'anima afflitta attende in zona grigia,
rannuvolata sterza in coni d'ombra
e non è mai abbronzata, pare stinta
in posa da malata speculante,
anima ottenebrata e respingente,
pensa da sempre ad altro, s'aggroviglia
in contorsioni, in ginniche flessioni cogitanti,
cerca rifugio alle eccitazioni,
a fasci luminosi e radiazioni.
E pure quando il corpo sta disteso,
vorrebbe rilassarsi in pieno sole,
un po' afflosciato, col muscolo sapiente
addormentato, il respiro assonnato,
lei vigila e vaga diffidente,
controlla il territorio, soprintende
in preda a una nevrosi meditante.
Il corpo lui vorrebbe rimanere
ad arrostire, l'anima febbrile
lo ghiaccia a spruzzi di risentimento:
lui cerca pace e lei condanna al vento,
gli ricorda l'età, le malattie,
le macchie sulla pelle, i raggi uva.
Lui ancora cerca il centro della scena,
lei è pronta coi rimorsi e con la crema.



martedì 3 settembre 2013

Finestre chiuse

Finestre chiuse, finestre aperte. Un recente studio realizzato in California dal Berkeley Lab, di cui si parla nel dossier medicina del Corriere della Sera di domenica 1 settembre, sostiene sia molto utile ventilare adeguatamente le aule delle scuole, anche solo aprendo le finestre di tanto in tanto. Un comportamento così semplice porta ad una riduzione sensibile delle assenze degli alunni, migliorando la qualità dell'aria, attraverso un drastico abbassamento della presenza di sostanze dannose. E' noto come gli spazi chiusi all'interno delle città, anche le stanze delle nostre abitazioni, siano spesso più inquinati delle strade.
Una delle mie ultime lezioni dello scorso anno scolastico ha avuto come argomento proprio la necessità di aprire le finestre. In quella seconda liceale mi vedevano spesso comparire alla prima ora di lezione, fermarmi sulla porta. Non entro se le persiane non sono alzate, dicevo. Dopo un paio di settimane mi bastava solo rimanere fermo per ottenere che la luce naturale invadesse l'aula.
Ho cercato di spiegare ai ragazzi che il mio comportamento non è frutto di un'ossessione, almeno non solo: mi mette tristezza entrare in un'aula dove la luce proviene dai gelidi neon al soffitto, peraltro insufficienti a un'adeguata illuminazione. Ma non si tratta solo di questo. Non guardare quello che c'è fuori del mondo ristretto in cui viviamo mi sembra un atteggiamento che si scontra con l'obiettivo stesso di ogni percorso culturale, a maggior ragione di quello educativo.
In molte aule i vetri delle finestre sono zigrinati oppure opachi, credo con l'obiettivo che i ragazzi non guardino verso l'esterno. Mi sembra un segnale infelice. E' come se la scuola sostenesse di essere autosufficiente, che per tutto quello che è necessario imparare bastino i pochi metri quadrati invasi dai banchi e in cui restiamo un po' stipati, che della realtà esterna ci interessa poco, anzi che può solo distrarci da un sano processo di conoscenza.
Invece è bene aprirle le finestre, ho detto ai ragazzi, ogni tanto rischiare anche di perdere qualche parola dell'insegnante guardando fuori, scoprire che in fondo l'esterno non è così cattivo, anche visto da qui, che oltre la finestra c'è un giardino (fortuna!) e ci sono i rami di un albero e sopra qualche volta c'è anche un usignolo, e se ci sporgiamo un po' possiamo vedere anche il cielo.
Insomma aprire le finestre non è solo salutare per lo stato fisico degli alunni, ma anche per loro curiosità culturale e per il benessere mentale, e migliora, sì migliora, la qualità dell'insegnamento.
A volte entro in aule che hanno le persiane abbassate o le finestre opache incredibilmente sigillate anche in primavera, perché l'insegnante che mi ha preceduto ritiene che in questo modo gli alunni si concentrino meglio, non si perdano in astratti ragionamenti dietro il saltabeccare di un merlo o di un passerotto, non pensino, in una bella giornata di sole, che forse sarebbe meglio essere fuori.
Ma i ragazzi, già abituati a vivere al buio delle loro lunghe notti e delle stanze solitarie, convinti che la luce sia innanzitutto quella proveniente da un qualche schermo, che insegnamento ricavano da una scelta siffatta? E poi, siamo sicuri che la loro disattenzione dipenda solo da quello che vedono fuori e non, almeno in parte, anche da quello che accade all'interno delle pareti scolastiche?
Quando la mattina, prima dell'inizio delle lezioni, entro nell'aula dei professori, spalanco le finestre per far cambiare l'aria. L'aula affaccia su un piccolo chiostro. Mi sembra così che un po' di vita e di rinnovamento (non solo dell'aria) si faccia largo tra i mobili antichi e in verità un po' tetri. Sta di fatto che dopo pochi minuti le finestre sono di nuovo chiuse. C'è sempre qualcuno alle mie spalle che ha paura delle correnti d'aria.


sabato 31 agosto 2013

Estate, dove vai?

Finisce agosto e finisce l'estate, almeno per noi che guardiamo a settembre come a un'età già diversa. E' il passaggio che segna davvero la fine e l'inizio dell'anno. Ne sono prova gli innumerevoli versi dedicati a questa stagione. A me viene in mente una poesia di Diego Valeri, contenuta nella sua ultima raccolta Calle di vento.

Estate, dove vai, dove mi porti?
Tu sembri stare, ma
vai senza posa, scorri via. Domani
è l'autunno: l'autunno
dai soli impalliditi, dalle lunghe ombre opache.
Cadono i frutti, l'albero si spoglia.

Come spesso accade nelle sue poesie, Valeri sembra registrare le evidenze della realtà, riportarle aderendovi con subitanea accettazione. In effetti questa sorta di assenso nasconde spesso una verità fatta di precarietà e di rinuncia. Così l'autunno che si appresta segna il ritorno di una certezza: la fragilità che prende di nuovo possesso delle cose e delle vite, dopo il malinteso estivo che ha fatto sembrare immutabile il mondo. L'apparente fissità dell'estate (Cardarelli in Estiva parla di “stagione la meno dolente / d'oscuramenti e di crisi”, che “sembri mettere a volte / nell'ordine che procede / qualche cadenza dell'indugio eterno”) in effetti già nasconde un avanzare “senza posa”, lo scorrere quasi inconsapevole delle esistenze. Solo con l'arrivo dell'autunno ci accorgiamo di come la vita abbia proseguito nel suo cammino, negandoci un'eternità a cui avevamo creduto.

Mentre l'estate è carica di fraintesi (“tu sembri stare”) ed è in fondo stagione di mutamenti e di alterazioni (“vai senza posa, scorri via”), l'autunno rende evidente l'oggettiva sicurezza della provvisorietà, ristabilisce la certezza che tutto è incerto e transitorio.


venerdì 30 agosto 2013

Poeti in osteria

Oggi mi piacerebbe andare in osteria. Ma non una di quelle di ora, che della trattoria hanno solo il nome e dietro il basso livello lessicale della denominazione nascondono locali d'alto pregio e una cucina di raffinata presunzione. Vorrei proprio mangiare in una di quelle osterie (una bettola, mi suggerisce una voce) con i tavoli di legno – un legno non pregiato e solo lavorato dai morsi del tempo e dalle nevrosi degli avventori – e con le sedie impagliate, i quadri brutti alle pareti, che raffigurano zingare e paesaggi di mare. Potrei consumare qualcosa di semplice a un prezzo onesto (aggettivi da tempo se non banditi quantomeno sgraditi nei nostri consessi, non solo in quelli gastronomici), ma soprattutto proverei piacere nel guardare l'umanità che frequenta il locale. Si tratta la maggior parte delle facce consuete di gente sconosciuta, venuta da un passato dove bellezza ed eleganza abitavano altri quartieri, e dove si poteva passare il tempo, tra un piatto e l'altro, a guardarsi intorno, a parlare col vicino visto per la prima volta. Vorrei ammirare rapito il cameriere che ciabatta, dalle movenze buffamente severe nella giacca bianca un po' consunta, la padrona in evidente sovrappeso che si lamenta, ma insieme sorride e scherza, come in una recita ben congegnata.
Non ce ne sono più di osterie così. Per cercare la loro atmosfera devo tornare alle pagine di qualche poeta. Saba, ad esempio, che in Scorciatoie e raccontini afferma che “l'osteria romana nella quale prendo i miei pasti è uno dei luoghi nei quali amo l'Italia”. In questo spazio caro “entrano cani festosi, che nessuno sa di chi sono; bambini nudi con in mano un fiasco impagliato (vengono a comprare vino per papà)”. “Mangio solo come il Papa – conclude poi il poeta – non parlo a nessuno e mi diverto come a teatro”.
Di Sbarbaro è nota la Lettera dall'osteria, che comincia così:

In istato di grazia, amico Volta,
di notte da una bettola ti scrivo.

Stato di grazia: ché non so più grande
bene, di contemplare
tra la nebbia del vino i paesaggi
di cui rozz’arte ornò all’intorno i muri,
e l’ostessa baffuta o la ridente
ragazzotta che reca la terrina.

Attaccare discorso con chi capita
vicino; a chi sorride
sorridere; voler a tutti bene;
scantonato dal tempo e dallo Spazio,
guardare il mondo come un padreterno.

E uscire dalla bettola leggero
come la mongolfiera che s’invola;
sentir come tappeti di velluto
i lastricati sotto il piede incerto;
e voglia di cantare a squarciagola.

Al breve elenco, del tutto parziale e incompleto, non può mancare una poesia di Sandro Penna.

Le nere scale della mia taverna
tu discendi tutto intriso di vento.
I bei capelli caduti tu hai
sugli occhi vivi in un mio firmamento
remoto.

Nella fumosa taverna
ora è l'odore del porto e del vento.
Libero vento che modella i corpi
e muove il passo ai bianchi marinai.

Non ci sono più codeste osterie. O forse non ci sono poeti in osteria.






sabato 27 luglio 2013

Produrre figure narrare storie: esperienza e invenzione in Vittorio Sereni

A riprova di quanto sostenuto nel post precedente, nel quale tentavo un'analisi di una poesia di Vittorio Sereni sulla base di una presunta (da me) tendenza del poeta a narrare storie, combinata peraltro a una ritrosia della poesia a riprodurre la realtà senza manipolarla, mi soccorre una prosa dello stesso Sereni che risale al 1962 e che venne inserita nel volume Gli immediati dintorni, ripubblicato ora in edizione ampliata da Il Saggiatore.
Vittorio Sereni
La prosa ha titolo Il silenzio creativo. Dato conto di quello stato d'animo che aggredisce un autore quando questi non riesce a scrivere una riga anche per periodi molto lunghi, provando “l'umiliazione del non farcela più”, Sereni si concentra soprattutto su quello che, a suo avviso, è l'aspetto veramente importante della questione. Di fronte a “sensazioni, impressioni, sentimenti, intuizioni, ricordi”, ai quali siamo portati ad attribuire un “senso di rarità o di eccezionalità”, il poeta si può trovare in una condizione di “insoddisfazione creativa, anzi di riluttanza di fronte alla messa in opera”, insomma è vittima di un disagio che può diventare silenzio nel momento in cui bisogna tradurre queste esperienze di vita in un linguaggio codificato e che dunque prevede moduli espressivi già sperimentati.
Da questo nasce una sorta di invidia del poeta nei confronti del narratore, capace di dare corpo, in maniera illusoria fin che si vuole, e grazie a una specie di “sortilegio evocativo”, a “figure, situazioni, vicende, ben oltre la voce, l'accento, la formulazione lirica immediata”.
Appare dunque centrale nella riflessione del poeta il rapporto tra “esperienza e invenzione”, tra quelle che sono le emozioni, i sentimenti e le vicende che la vita impone, e la loro traduzione in poesia. E' evidente perciò che la meditazione di Sereni si concentri sulla possibilità di raccontare l'esperienza di vita individuale in poesia, sulla necessità che le figure e le storie prendano corpo nei versi.
“Programmare una poesia 'figurativa', narrativa, costruttiva – conclude il poeta – non significa nulla, specie se in opposizione di ipotesi letteraria a una poesia 'astratta', lirica, d'illuminazione. Significa qualcosa, nello sviluppo d'un lavoro, avvertire il bisogno di figure, di elementi narrativi, di strutture: ritagliarsi un milieu socialmente e storicamente, oltre che geograficamente e persino topograficamente, identificabile, in cui trasporre brani e stimoli di vita emotiva individuale, come su un banco di prova delle risorse segrete e ultime di questa, della loro reale vitalità, della loro effettiva capacità di presa. Produrre figure e narrare storie in poesia come esito di un processo di proliferazione interiore... Non abbiamo sempre pensato che ai vertici poesia e narrativa si toccano e che allora, e solo allora, non ha quasi più senso tenerle distinte?”.
Mi sembra una dichiarazione di poetica, abbastanza mascherata, ma imprescindibile per capire il processo creativo alla base della poesia di Sereni.

Va detto infine che Gli immediati dintorni, libro essenziale per comprendere la complessa e varia riflessione teorica del poeta di Luino, appare come un blog ante litteram, un blog senza internet, ma con la capacità di fissare in forma non rigida notazioni, riflessioni analisi.


martedì 23 luglio 2013

Sereni, quando la poesia racconta

Di Vittorio Sereni si ricorda in questi giorni il centenario della nascita, avvenuta a Luino di Varese il 27 luglio del 1913.
Le poesie di Sereni mi sono sempre apparse come brevi racconti, che fanno perno sulla storia personale e sulla “centralità dell'esperienza” (l'espressione è del poeta Stefano Dal Bianco, fine conoscitore dell'opera di Sereni), ma nei quali altrettanto evidente è la difficoltà di raccontare, nel senso che viene meno la possibilità di credere che la realtà, anche quella immediatamente vicina, possa essere oggetto di narrazione, riferimento certo, sostanza coerente in cui avere fiducia. I versi partono spesso da un elemento concreto, una situazione ben individuabile, salvo poi smarrire questo punto tangibile di avvio in un'allusività che lascia trasparire malesseri e trepidazioni, un sentimento sgomento e palpitante.

Riporto la poesia Finestra, tratta da Gli strumenti umani, terzo libro del poeta di Luino, pubblicato per la prima volta nel 1965.

Di colpo – osservi – è venuta,
è venuta di colpo la primavera
che si aspettava da anni.

Ti guardo offerta a quel verde
al vivo alito al vento,
ad altro che ignoro e pavento
- e sto nascosto -
e toccasse il mio cuore ne morrei.
Ma lo so troppo bene se sul grido
dei viali mi sporgo,
troppo dal verde dissimile io
che sui terrazzi un vivo alito muove,
dall'incredibile grillo che quest'anno
spunta a sera dai tetti di città
- e chiuso sto in me, fasciato di ribrezzo.

Pure, un giorno è bastato.
In quante per una che venne
si sono mosse le nuvole
che strette corrono strette sul verde,
spengono canto e domani
e torvo vogliono il nostro cielo.
Dillo tu allora se ancora lo sai
che sempre sono il tuo canto,
il vivo alito, il tuo
verde perenne, la voce che amò e cantò -
che in gara ora, l'ascolti?
scova sui tetti quel po' di primavera
e cerca e tenta e ancora si rassegna.


E' evidente che l'atto quotidiano di guardare dalla finestra, il presentarsi di un'esperienza che è fatta di eventi e di personaggi (il “tu” a cui si rivolge il poeta, ad esempio, subito introdotto da quel primo verbo “osservi” e poi, ad inizio di seconda strofa, chiarito al femminile dal termine “offerta”), le azioni dell'osservare e dello sporgersi, del nascondersi, appaiono subito messi in discussione nella loro consistenza reale dall'affermazione che la primavera “si aspettava da anni”, oltre che da un procedere linguistico che alterna elementi del parlato con improvvisi trasalimenti anche lessicali (”e chiuso sto in me, fasciato di ribrezzo”) e con più letterarie costruzioni sintattiche (“In quante per una che venne / si sono mosse le nuvole”), e infine da un andamento ellittico che inaspettatamente scivola su uno spazio vicino e si concentra su un particolare, come avviene nel caso dell'”incredibile grillo”.
L'affermazione che la primavera è “di colpo è venuta”, dichiarata fin nel primo verso, ha bisogno di conferma già nel successivo, “è venuta di colpo”: una ripetizione così ostentata che pare quasi puntare a volere convincere chi scrive e chi legge di un evento che invece non è dato credere possa manifestarsi con così limpida e trepida evidenza. E difatti oltre il verde e l'alito di vento, annuncio della stagione, c'è dell'altro, assicura il poeta, “che ignoro e che pavento”, c'è quel “grido dei viali”, una realtà meno spiegabile e rassicurante, un mondo in disaccordo con la vita dei singoli, c'è un'estraneità che stenta a ricomporsi.
Incombono poi le nuvole a negare l'evento atteso, che “corrono strette sul verde” e che “spengono canto e domani / e torvo vogliono il nostro cielo”. Ma infine un'ipotesi di ricostruzione del mondo, di armonia con la vita, di equilibrio primaverile, arriva in quel canto, nel “vivo alito”, nel “verde perenne”, nella “voce che amò e che cantò”, tutti aspetti coniugati in senso esistenziale e privato. E' quella la forza che può scovare sui tetti la primavera, la voce forse della poesia, che “cerca e tenta”, ma che infine “ancora si rassegna”.