giovedì 31 maggio 2012

Berardinelli: poeti che hanno poco da dire


Qualche riflessione sull'articolo di Alfonso Berardinelli, pubblicato sulla Domenica del Sole 24 ore del 27 maggio 2012.
A partire dagli anni Settanta, afferma tra l'altro Berardinelli, i poeti non hanno avvertito più il bisogno di un'attenta riflessione critica che agisse insieme alla produzione in versi, intrecciandosi cioè con il loro percorso creativo. Ciò ha contribuito a far sì che la poesia si liberasse dalle regole e dalla necessità di “avere qualcosa da dire”, dando luogo a una pratica che è sembrata ancora di più aperta al contributo di tutti. Berardinelli sottolinea anche come, a partire dagli anni Ottanta, nei discorsi sulla poesia sia subentrata una sorta di “fissazione ontologica e mistica”, facendo di “un caso limite, come quello di Paul Celan, poeta straordinariamente oscuro, un nuovo modello canonico a protezione della routine poetica”. Il risultato è che la poesia “annega in categorie che sembrano universali e profonde, ma sono solo generiche”.
Alfonso Berardinelli
La mancanza di coscienza critica, di solidi presupposti teorici, l'assenza insomma di “qualcosa da dire”, ma anche l'impossibilità (o anche la mancanza di volontà?) da parte dei critici di operare scelte precise, indicando “se un testo poetico è eccellente, buono, mediocre, banale o nullo”, hanno determinato delle condizioni di vaghezza e presunta inattacabilità, per cui la Poesia (a questo punto inevitabilmente e pericolosamente con la maiuscola) “può generare uno stato d'autoipnosi favorevole a un'inconsulta produttività verbale”.
In effetti Berardinelli colpisce nel segno. L'immensa produzione poetica degli ultimi decenni presenta spesso un buon livello tecnico, ma solo se consideriamo accettabile che essa si manifesti su un territorio nel quale appare possibile agire e muoversi seguendo modelli e percorsi individuali, all'apparenza frutto di un'estrema libertà d'azione, in effetti rischiosamente ripetitivi, dei quali sfugge il pensiero, e dunque l'urgenza, che li ha generati. Spesso dietro un dettato indefinito ed elusivo, si nasconde un'intenzione inintelligibile e un'idea fumosa. Quante volte siamo giunti al termine della lettura di una raccolta poetica, che all'inizio ci aveva attratti proprio in virtù di una certa abile e accattivante indeterminatezza della lingua, senza infine capire cosa l'autore abbia voluto comunicarci? Ci è sembrato cioè, cito ancora Berardinelli, che le parole fossero arrivate sulla pagina “da chissà dove, magnetizzate come corpuscoli dal loro reciproco attrito”.
Se vuole ricominciare ad essere un linguaggio indirizzato a tutti e dunque ascoltato non solo dagli altri poeti, ma anche dai lettori, la poesia ha estremamente bisogno di critici che sappiano e vogliano distinguere e indicare percorsi, ma anche di poeti che intendano nuovamente mettersi in gioco, attraverso l'interazione dei versi con seri e ragionati presupposti teorici. Poeti che insomma abbiano “qualcosa da dire”.

giovedì 24 maggio 2012

Gozzano in India tra corvi ed elefanti


Gozzano ritratto durante il viaggio in India

Nel maggio del 1912, esattamente cento anni fa, Guido Gozzano era sulla via del ritorno dal suo viaggio in India. Era partito in febbraio, con l'amico Garrone, dietro consiglio dei medici, che ritenevano che il clima di qui luoghi potesse essere favorevole ai suoi polmoni malati. I suoi scritti di viaggio, pubblicati inizialmente dal quotidiano La Stampa, vennero poi ampiamente rivisti e raccolti nel volume Verso la cuna del mondo. Negli ultimi giorni del suo soggiorno in Oriente, Gozzano scrive: “I signori dell'India non sono gl'Indiani. E non sono nemmeno gl'Inglesi. I signori dell'India sono gli animali. I corvi, anzi tutto”. Iniziano così le pagine de Il vivajo del buon Dio, l'ultima prosa del volume. “Se gli avvoltoi sono i necrofori – continua Gozzano -, i corvi sono gli spazzaturai del vastissimo Impero. E ne sono anche i ladri, ladri fatti tracotanti dalla tolleranza millenaria, contro i quali non vi difende nessun policeman volenteroso”.

La presenza invadente dei volatili è un'impressione visiva ed uditiva che colpisce subito il visitatore sbarcato in una delle grandi capitali: Bombay o Calcutta, Madras o Rangoon. Nei pomeriggi assolati, quando la città è immersa nel silenzio e nessuno passeggia per le vie, e “in ogni stanza dell'albergo un europeo sogna la Patria lontana, resupino sotto il refrigerio dell'immenso ventilatore”, si sente il gracidio dei corvi. Esso è così monotono da non rompere il silenzio, ma da sottolinearlo. E' un “inno alla putredine”, scrive il poeta, “dove prorompe la gamma di tutte le r, dove l'orecchio sembra discernere tutte le parole non liete: Ricordati! Ricordati! Morire! Morte! Morirai!”.
“Tutti gli animali hanno in India una straordinaria familiarità con l'uomo. I passeri, le tortore, gli scoiattoli striati invadono i cortili e i giardini, scendono a prendere le bricie quasi dalle vostre mani, pieni di una francescana fiducia; ma nei corvi e nelle scimmie la familiarità è fatta di tracotanza insolente, di calcolo ingordo; certo pensano che Bombay e Calcutta siano state edificate per loro e che l'uomo sia un bipede intruso da tollerarsi con palese rancore”.
Con altrettanto palese insofferenza, Gozzano passa ad elencare le imprese delle scimmie, che invadono i tetti delle case nelle periferie, delle lucertole gibbose, del cobra dagli occhiali, dei coccodrilli, ma mostra tutta la propria partecipe meraviglia di fronte agli elefanti. “La loro intelligenza è inaudita, imbarazzante: nell'occhio microscopico, quasi perduto nella mole della testa, s'alterna un bagliore indefinibile di scaltrezza derisoria e di bontà indulgente. Sono certo che comprendono ciò che dico, che intuiscono ciò che penso”.
Infine di fronte all'ospedale degli animali di Bombay, dove l'occidentale arretra alla vista di “ronzini di piazza, bufali, zebù ischeletriti o idropici, sciancati, anchilosati, coperti d'ulceri e di piaghe, scimmie, cani, gatti ciechi, monchi, senza pelo”, il poeta della Signorina Felicita, chiede che senso abbia tutto questo, “perché non si dà a quelle povere bestie il colpo di grazia”. Il guardiano risponde che quegli animali devono vivere per soffrire e dunque spegnere, nella ruota delle molteplici incarnazioni, il desiderio di esistere, il peccato cioè che ci condanna a ritornare in vita, ad essere di nuovo materia.
“E se fosse vero? - si domanda Gozzano – Se veramente noi non fossimo il re dell'universo come la nostra religione ci promette? Se veramente il verme, il cane, l'uomo non fossero che gradazioni varie dello spirito, della stessa forza immanente che palpita ovunque, esitando incerta verso una mèta che ignoriamo?”.
Poco meno di un anno dopo il suo ritorno in Italia, Gozzano annunciò di aver consegnato all'editore il manoscritto di Farfalle, una sorta di composito poema che rimarrà in larga parte incompiuto. Chissà se nelle Vanesse e nei Bruchi non abbia visto una qualche fase di passaggio verso “la pace dell'Increato”.

giovedì 17 maggio 2012

Ventiquattro ragazzi e un'averla


In una classe prima del liceo linguistico in cui insegno cominciamo a parlare del linguaggio della poesia. Per avviare una riflessione, leggo Il fanciullo e l'averla di Umberto Saba. La classe fin dall'inizio dell'anno non si è mostrata particolarmente reattiva e, in questi giorni di maggio, appare un po' stordita, intimorita anche. Come dice Alice, che degli altri alunni è un po' la portavoce, alcuni ragazzi vivono le ore di lezione in una condizione di spaesamento. Leggo Saba insomma e i ventiquattro timorosi studenti reagiscono con inaspettata vitalità. Mani alzate, gli occhi che seguono i pensieri, considerazioni brillanti. Non sembrano gli stessi dell'altro giorno, della settimana scorsa, di un mese fa.
Mi chiedo cosa sia successo e mi attribuisco in parte la colpa del torpore precedente. A contatto con la poesia di Saba il mio entusiasmo è cresciuto e di conseguenza anche quello di chi è costretto a seguire i miei ragionamenti. E poi forse, azzardo, andare a scovare le figure retoriche del significante e del significato ai ragazzi sembra un gioco, al quale dunque aderiscono con piacere.
Ma c'è dell'altro. Gli alunni infatti, di fronte a quel loro coetaneo e alla sua averla, agiscono in maniera diversa, si muovono contenti, comprendendo più o meno coscientemente che i versi di Saba stanno parlando proprio a loro e anche un po' di loro. Insomma il merito più grande di quanto accade è proprio dell'averla, l'uccello passeriforme che il fanciullo vuole per sé, ma poi che “l'ebbe (...) all'istante l'obliò”. Chi scuote la giornata altrimenti sonnolenta dei miei alunni è l'uccellino che resta confinato nella sua gabbia e piange solo e in silenzio “del cielo / lontano irraggiungibile alla vista”, finché un giorno il fanciullo si ricorda di lui e vuole stringerlo in pugno, ma quello allora si ribella e vola via. Da quel giorno il ragazzo “per quel male l'amò senza ritorno”.
Cosa è dunque successo perché l'apologo sia arrivato così direttamente ai cuori dei giovani studenti? In quale personaggio si sono identificati gli alunni di questa prima liceo? Nel fanciullo, che scopre l'amore solo quando il piccolo uccello non c'è più, o nell'averla, che trova finalmente la libertà?
Una risposta non c'è. Ci sono solo gli sguardi adolescenti che rincorrono l'averla, che svolazza tra i banchi, si posa per un attimo sulla spalla di una ragazza, e poi infila la finestra e, come direbbe il poeta, s'invola. Vola leggera sfiorando i rami degli alberi del bel giardino che risplende oltre la finestra, verso il quale troppo raramente guardiamo.

giovedì 3 maggio 2012

DA UN ALTRO MONDO di Roberto Veracini (Edizioni ETS)


Roberto Veracini ha un posto privilegiato dal quale guardare il mondo. E' la sua Volterra, che ogni volta riemerge nelle sue poesie e che si propone come il luogo dove sempre fare ritorno. Questa insistente presenza, che è spirituale ancora prima che geografica, abbraccio rassicurante che implica insieme apertura e inquietudine, è evidente anche nell'ultima raccolta, emblematicamente intitolata Da un altro mondo.
Il libro si presenta con un'architettura complessa, che si compone di due Parti (Segnare il tempo e Altrove) suddivise in varie sezioni. Nella prima parte Veracini propende per gli argomenti della poesia civile, ma utilizzando un tono sempre volutamente lirico, che imprime patos e tensione alle vicende evocate. Non a caso una delle prime liriche è dedicata a Pasolini: del poeta de Le ceneri di Gramsci viene messo in risalto proprio quell'impasto di impegno civile e di forte partecipazione emotiva ed esistenziale che caratterizza tanta parte della sua opera. La lirica La croce di Pasolini si conclude con questi versi: “La bestemmia del mondo / non l'hai perdonata, / con gli occhi fissi, incredulo / l'hai vissuta fino in fondo, / nudo in mezzo / a quel macello, pregando”.
Il mondo è in fondo “un posto orrendo”, dove la comunicazione diventa quasi impossibile, vittima com'è di continue divagazioni e distorsioni, e dove il posto che spetta a ognuno si manifesta in modo sempre meno chiaro, i ruoli si sovrappongono e si confondono: “E' orrendo questo posto / e le facce, l'odore della pelle, / la muta dei cani sempre pronta / all'osso, le servili cosce tivù / sorridenti, la barba finta / degli esperti, la solitudine / dei morti, l'aria / che si respira e l'assenza / quest'assenza che non ci dà / pace...”. Questo posto è insomma orrendo perché finisce per mescolare l'orrore e la bellezza, il dolore e la superficialità.
Volterra
Il nostro mondo, “dove si vedono le immagini perfette” e dove le telecamere sono pronte “ a cogliere l'atto, la guerra / nel suo svolgersi, puntuale, ineluttabile”, ma dove “non si sente più niente”, è impotente di fronte ai segni della frammentazione e del disordine, che diventa ammasso e pasticcio. Il compito del poeta non può dunque essere solo quello di guardare la realtà e denunciare il male: chi scrive deve invece anche provare a restituire una percezione ordinata degli eventi, ritrovare e indicare una possibile unità, un senso che spieghi la nostra presenza e ne dimostri l'utilità dinanzi al dispiegarsi confuso delle immagini e degli avvenimenti. Veracini insomma sente ancora la poesia come adesione allo stato di sofferenza degli altri. Il poeta non può appartarsi, ma deve partecipare alle vicende del mondo, deve provare ad indicare una strada. La possibile soluzione, suggeriscono le liriche di Un altro mondo, passa attraverso l'uso della memoria come strumento privilegiato per la comprensione dei fatti contingenti e, più in generale, della nostra condizione di uomini, e si costruisce a partire dalla capacità di essere attenti agli altri, siano essi vicini o lontani nel tempo, di porre attenzione ai piccoli eventi della quotidianità, che possono dimostrarsi così ricchi di significato. Infine la strada maestra che rende possibile la riconciliazione e la ricomposizione risiede nel ritrovare un rapporto rasserenato con l'ambiente.
Tutto questo per Veracini significa tornare a Volterra, in quell'Altrove dal quale peraltro non si è mai partiti, significa tornare alle proprie pietre, al padre e agli affetti, alla visione del mare, che appare sempre come un obiettivo lontano, un'apertura e una meta che riemerge dalla nebbia e dall'inverno.
Per tutta la vita c'inseguono
ostinati luoghi dell'anima
e verità supreme e minime
che non osiamo credere
ma sono lì a dirci che esistono
memorie ineludibili, infanzie
rilevate, sogni inattaccabili,
poesia della vita che non ha
versi ma fedi e si nutre
di alberi e mari, sirene
e odori inconfondibili

martedì 1 maggio 2012

Grillo, la politica e la poesia


Sulla Repubblica di oggi, a proposito delle “belinate sulla mafia” (peraltro estremamente pericolose) che gli sono “scappate di bocca”, Michele Serra ci ricorda che Grillo è un comico e dunque parla da comico, cioè lavora sulla sintesi e procede per semplificazioni. “Se un intellettuale o un politico osasse liquidare un argomento tremendo come la mafia in quattro battute – conclude Serra -, verrebbe considerato un cialtrone”.
A parte che Grillo, anche se è un comico, nel momento in cui parla da politico e liquida argomenti seri con qualche scaltro motto di spirito, è anch'egli senza ombra di dubbio un cialtrone, la questione interessante mi sembra un'altra. Oggi i politici (e gli intellettuali, quando ci sono e non cercano di assomigliare ai politici) adottano anch'essi un linguaggio che tende alla semplificazione, che finisce per affrontare le problematiche anche più complesse attraverso l'enunciazione di slogan. Oppure, al contrario, girano intorno agli argomenti con inconcludente e logorroica supponenza. Politici (e intellettuali?), in un caso e nell'altro, finiscono per essere riduttivi e per non fornire risposte che non siano confuse e avviluppate su loro stesse e sulle domande che le hanno generate.
Anche la poesia, come la comicità, tende alla sintesi e alla semplificazione, anzi saltare i passaggi logici e procedere per accostamenti spiazzanti, per repentine e impreviste aperture di significato è proprio uno dei caratteri dominanti del linguaggio della poesia. Ma in poesia essere semplici non coincide con un procedimento restrittivo e limitante, non vuol dire evitare il confronto con la realtà, ma anzi in questo modo la lingua della poesia non evita i significati più complessi ma li amplifica e procede spedita verso il centro stesso del problema.
Scrive Giovanni Giudici in Andare in Cina a piedi: “La lingua è un luogo di verità: non sopporta troppo a lungo la menzogna, la chiacchiera; e anche l'orecchio meno sensibile avverte prima o poi lo sgradevole suono della moneta falsa”. Va da sé che la poesia sa come spesso non esistano risposte ma solo domande; dunque la lingua è un luogo di verità solo perché non tollera concessioni, consolazioni, facili riduzioni.
Conclusione: se vogliamo finalmente affrancarci da tutte le chiacchiere, le ciance inutili e le falsità che caratterizzano il nostro tempo, dobbiamo leggere più poesie e fare così che i giovani sentano la lingua non come l'espediente per raggiungere il successo, ma come lo strumento per evitare la menzogna.


domenica 29 aprile 2012

Cantanti che scrivono romanzi


Secondo Francis Ford Coppola qualcosa è veramente cambiato nel cinema “il giorno in cui invece di chiederci se un film era bello, abbiamo cominciato a chiederci quanto aveva incassato”. Da qualche anno la ricerca del successo commerciale ad ogni costo, non riguarda solo il cinema, ma anche la produzione letteraria, in particolare sul versante narrativo. Editor e agenti sono diventati fondamentali nel determinare le scelte delle case editrici, sempre meno interessate al risultato artistico. Come spiegare altrimenti il proliferare di romanzi, i cui autori sono volti noti in settori diversi dalla letteratura, e da quei mondi prestati alla narrativa? Soltanto nelle ultime settimane hanno visto la luce le opere narrative di Massimo Gramellini, Carlo Verdone, Flavio Insinna, Ligabue, Francesco Guccini, e degli immancabili Fabio Volo, Veronica Pivetti, Alba Parietti.
Niente di male, verrebbe da dire, se tutto questo non coincidesse con un evidente scadimento del livello medio della narrativa italiana, più impegnata suo malgrado a vendere (e dunque ancor prima, giustamente, a farsi pubblicare) piuttosto che a cercare di dire qualcosa. Viene da chiedersi se oggi avrebbero accesso alla pubblicazione autori come Landolfi e Pavese, Ortese e Morante, Pasolini e Bassani, o se invece si troverebbero a combattere contro l'opera censoria e la riscrittura di un agguerrito nugolo di editor.
Ve lo immaginate ai nostri giorni Livio Garzanti che cerca in tutti i modi di convincere il riluttante Gadda a pubblicare il Pasticciaccio? Insomma è chiaro ormai che fra gli addetti ai lavori nessuno si chiede se un romanzo è bello, ma quanto possa vendere. L'importante perciò diventa rispettare certe regole che puntano al gradimento da parte del lettore, condire la storia con i giusti ingredienti, non essere troppo noiosi ma nemmeno esageratamente superficiali.
Del resto, se a pubblicare i libri di cucina non sono più i cuochi, ma le presentatrici televisive, perché stupirsi se a scrivere i romanzi sono i cantanti? Resta da capire perché i narratori non comincino a cantare.

giovedì 26 aprile 2012

Morin: a scuola senza burocrazia


Bisognerebbe fare tesoro delle parole di Edgar Morin che, sollecitato da Armando Massarenti sulla Domenica del Sole 24 ore del 15 aprile scorso, a proposito dei disvalori che la burocratizzazione produce su scuola ed educazione, afferma: “I processi di burocratizzazione estendono al mondo dell'educazione la logica anonimizzante, frammentatrice e gerarchizzante della tecnica. Dev'essere rigenerato il valore della missione educativa, si deve tornare a quell'Eros che, come diceva Platone, è il requisito fondamentale per saper insegnare. E si deve promuovere il valore dell'unità del pensiero coinvolto nel processo educativo, che oggi soffre gravemente di due mali: il male della disgiunzione tra problemi e tra saperi, e il male del riduzionismo”.
Edgar Morin
Più o meno il contrario di quello che sta accadendo nella scuola italiana, sempre più attenta a un tecnicismo dell'insegnamento che non lascia spazio alla passione e alla presenza emotiva di chi ha il compito di insegnare e di coloro che dovrebbero apprendere. L'esteso materiale burocratico che un insegnante deve compilare e che dovrebbe servire a valutare il percorso di apprendimento appare vacuo e troppo spesso fine a se stesso. Si finge di credere che basti programmare, schematizzare, fornirsi di obiettivi stereotipati, per sapere cosa e come dire, per risolvere la questione tanto delicata e articolata dell'insegnamento. E' inevitabile così che saperi e problemi finiscano per ridursi a formule frammentarie, abbastanza pericolose quando si ritiene che possano essere risolutive.
Ciò è vero anche per l'insegnamento di quelle che un tempo erano le materie umanistiche, letteratura compresa. Si pretenderebbe parlare di Dante e Petrarca, così come di Montale e di Saba, solo finalizzando la conoscenza a una questione di verifiche, utilizzando tabelle e schemi invece che i testi letterari, proponendo semplificazioni e risposte certe, dove invece sono presenti complessità e solo domande.
L'insegnamento per non essere platonico, finge di essere concreto, perdendo in prospettiva e in capacità di offrire strumenti per la comprensione della realtà e per la risoluzione dei problemi.

giovedì 19 aprile 2012

GABBIE PER NUVOLE di Roberto Deidier (Empiria)


Che l'atto del tradurre finisca inevitabilmente per tradire un testo e, di conseguenza, le intenzioni dell'autore, è cosa ormai nota. C'è da aggiungere che il traduttore , nella scelta dell'opera che vuole trasferire in altra lingua e nelle preferenza linguistiche e stilistiche per le quali opta, non può che a sua volta tradirsi, mettere a nudo cioè i suoi amori letterari, i percorsi interiori che ad essi conducono, le proprie predilezioni, molto spesso anche le passioni e le angosce.
Mi ha fatto pensare a questo, e a come ogni traduzione operata da uno scrittore o da un critico sia di fatto una sorta di confessione, la lettura di Gabbie per nuvole di Roberto Deidier. Il bel libro edito da Empirìa è in effetti un quaderno di traduzioni che il poeta e critico letterario Deidier sviluppa però in maniera del tutto originale, per nuclei tematici, dividendo il libro in sezioni, che non sono assegnate a singoli autori o a epoche specifiche, ma appunto si sviluppano seguendo un percorso interiore, una mappa personale e profonda, tanto che la paternità del libro che risulta così composto deve essere attribuita a chi traduce, prima ancora che agli autori tradotti. Insomma è come se Deidier avesse voluto non solo farci entrare nella sua officina di scrittore, ma anche invitarci in casa, facendoci accomodare in poltrona, per vedere se è possibile chiacchierare intorno ad alcuni temi, che non solo sono di grande interesse, ma risultano in definitiva vitali per il nostro tempo.
“Questo libro – scrive Deidier nella Premessa – è la mia personale mappa di amicizie e spaesamenti; una piccola geografia degli autori che mi hanno scortato nel tempo della scrittura, ora come compagni di viaggio, ora come incontri occasionali, imprevisti, o come veri e propri dirottamenti. Alcuni di questi, in seguito, si sono tramutati in amicizie durature, altri sono rimaste presenze legate a un periodo, o anche a un solo istante”.
Avvicinarsi a un autore nell'atto di tradurlo, così come nell'esperienza di una lettura in profondità, può rassicurarci, farci ritrovare in territori gradevoli e accoglienti, o determinare una sorta di spaesamento, costringerci a cambiare direzione, a rivedere i progetti. Gabbie per nuvole è tutto questo, il ritrovare la rotta e insieme perderla, arrivare a un punto d'approdo che ti invita subito a riprendere il viaggio: è “un diario di incontri e di esplorazioni non cercati” che diventa però anche “la storia del formarsi di una lingua”, che è quella appunto di chi traduce, cioè di chi vive, trasformando i testi, una sorta di profonda e personale trasmutazione.
Il risultato non è dunque un libro di traduzioni in cui l'autore, poeta a sua volta, dimostra la sua abilità di versificatore e la perizia tecnica: Deidier è rispettoso nei confronti dei poeti che traduce (soprattutto anglofoni, come Keats, Auden, Stevenson, Hardy, Larkin, ma anche Artaud e Apollinaire), non compie mai il peccato di indulgere in tentazioni di protagonismo, ma nello stesso tempo è sempre presente, con le proprie esperienze letterarie e di vita, e soprattutto con la propria lingua, quella cioè della propria poesia, che a sua volta ha assorbito le indicazioni linguistiche e di stile degli autori tradotti. Siamo così di fronte a un tracciato nitido ma non rettilineo, che si compone di testi, ai quali possiamo avvicinarci in compagnia del traduttore, progressivamente consapevoli di questo gioco complesso di regali e restituzioni che è in questo caso l'atto della traduzione.
“Sono i testi a scegliere noi, e non il contrario”, scrive Deidier. Di questo incontro si vorrebbe afferrare la pienezza e il senso ultimo della lingua. Ma i testi si propongono come “luci di passaggio, piccoli lampi”, tanto che “ogni tentativo di fermarli, di portarli nella nostra lingua, altro non è che la costruzione di una gabbia per nuvole”.

sabato 14 aprile 2012

La sfida di Piero Santi


Dirò ancora di Piero Santi. In effetti, a rileggere ora le sue opere, a distanza cioè di più di venticinque anni dalla pubblicazione del suo ultimo romanzo (Sic, Vallecchi; poi Transeuropa nel 1990, pochi mesi prima della morte di Santi, avrebbe pubblicato con il titolo di Cronos Eros una scelta di romanzi brevi e racconti, già precedentemente editi) si riscopre una personalità complessa, che si traduce in una forza narrativa molto originale, capace di trattare con grazia, ma senza mascheramenti, tematiche allora come oggi ritenute scabrose. Per Santi l'opera artistica deve in qualche modo aderire alla vita, a costo di risultare non del tutto risolta formalmente: deve insomma fare i conti con quei grumi di passione e di dolore, di eros e di commozione, che appartengono alle nostre esistenze. Non è la vita a dover diventare opera d'arte, secondo il ben noto presupposto dannunziano, ma la letteratura ad accettare al proprio interno le contraddizioni, la desolazione, le sofferenze che la vita contiene.
La sfida dei giorni è il titolo del libro pubblicato nel 1968 che raccoglie i diari del 1943-46 e del 1957-68. Sono pagine dense di ricordi, di spunti narrativi, di riflessioni che investono sia tematiche letterarie che di natura interiore, di carattere filosofico o politico-sociale.
A proposito dell'arte e della letteratura di quegli anni, Santi scrive in una pagina dell'aprile del 1968, come spesso artisti e scrittori siano troppo condizionati dalle attrattive di una scrittura che si risolve in un felice, ma a volte gratuito, esercizio formale. “Mentre dovunque - scrive Santi - si avverte il senso arido di una crisi che investe tutte le situazioni e tutte le strutture, ecco i nostri narratori a narrare di personaggi oh quanto poetici, di situazioni quanto mai liriche, di luoghi quanto mai amati fin dall'adolescenza. Mi pare che siamo cadaveri che respirano, mummie che camminano. Nessuno che pensi a una scossa violenta. (…) Credo che bisognerebbe operare in altro senso. A costo di fare dei libri non del tutto risolti, è necessario cercare nel fondo dei 'contenuti' contemporanei il motivo del nostro scrivere”.
Nel secondo dopoguerra Santi fu direttore del mensile di letteratura Ca balà, da lui stesso fondato insieme a Mario Novi. Sul giornale scrissero Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi, Giovanni Comisso, Sandro Penna, Antonio Delfini, Alessandro Parronchi e altri tra i più interessanti narratori e poeti di quegli anni. Qualche anno dopo Santi, nei diari, ricordò le ragioni che dettero vita al mensile e il fermento che il giornale produsse in Italia: “a noi – disse – interessavano di più i problemi che l'uomo con le sue azioni suscita in ogni tempo: importava tentar di conoscere a che punto l'uomo era arrivato di disperazione e di crudeltà: dare un perché ai fatti che ci avevano sopraffatto; chiedere 'chi è l'uomo? Chi siamo?' alla luce dei nuovi fatti, alla luce della tortura che era risorta proprio quando ci credevamo, almeno per certi lati, del tutto civilizzati: i nostri problemi, insomma, erano, se mai, di carattere esistenziale. (…) Di qui lo scandalo dei letterati italiani che hanno sempre considerato l'arte in modo più enfatico e formale”.
Piero Santi fu a lungo critico cinematografico (in un settore “dove i critici sono pochissimi e dove imperano i 'giornalisti' pronti a seguire gli ordini della 'produzione' o le facilonerie della moda”). Scrive ne La sfida dei giorni che, dopo Antonioni, “ci furono i nostri registi giovinetti, abili, allievi del Centro o meno, tutti attenti a guardare gli altri registi invece che la realtà, questa nostra esistenza contraddittoria, complicata, ansiosa, inquieta...”.
Non è forse questa la condizione che caratterizza tanti nostri letterati, spesso concentrati più su quanto dicono gli altri che su quanto ci propone l'esistenza? Del resto le questioni indicate da Santi sono le stesse che ancora oggi nel nostro paese narratori e poeti non riescono compiutamente ad affrontare. Di fronte alla crisi (“il senso arido di una crisi che investe tutte le situazioni e tutte le strutture”) la risposta è più ridondante che sostanziale, si concentra più sulle strutture formali invece di aggredire i problemi che la vita ci pone, si sofferma sulle piccole questioni dell'oggi piuttosto che “tentar di conoscere” a che punto “di disperazione e di crudeltà” l'uomo sia arrivato. Naturalmente sono diversi i narratori e i poeti che oggi percorrono una strada che rifugge da soluzioni facili e conduce al centro di quelli che Santi chiama “contenuti contemporanei”. Sono però gli stessi che meno facilmente trovano adeguate risposte tra coloro che operano le scelte editoriali.
D'altra parte non è un caso che il destino di Piero Santi sia precipitato verso la distrazione generale che si è abbattuta sui suoi scritti, cancellandone la memoria anche tra gli addetti ai lavori.