lunedì 16 giugno 2014

MANCANZE di Alessandro Fo (Einaudi)

La poesia di Alessandro Fo si muove con rapida e stupefatta delicatezza tra le vicende del mondo, che tenta sempre inizialmente di risolvere nella linearità del racconto. Ma, come avviene nella lirica di Sereni, non appena il filo narrativo sembra cominciare a dipanarsi, e ad assolvere alla sua funzione ordinatrice, subito qualcosa (un pensiero laterale, un gesto inaspettato, lo sguardo che si posa su un oggetto apparentemente senza importanza) lo porta in altra direzione, lo spinge verso prode impreviste. Ne derivano preziose quanto pericolose sovrapposizioni di senso, che fanno sì che il lettore si trovi dinanzi una realtà pencolante, in fondo poco rassicurante anche se presentata con i toni della leggerezza e della sobrietà, dentro cui muoversi con l'occhio sorpreso di chi scopre dietro l'ordinarietà degli eventi l'incanto e la magia.
Ne troviamo conferma nella raccolta Mancanze, da poco edita da Einaudi. Il titolo traduce per approssimazione l'originario Reliqua desiderantur, l'appunto con cui si indicava, a margine dei testi antichi, la mancanza di qualcosa: il resto manca insomma, ma in quanto tale rimane appunto sotto forma di desiderio. Per esigenze editoriali (il latino non attrae e poi sarebbe stata troppo forte la rassomiglianza con il fortiniano Composita solvantur), Fo ha dovuto abbandonare l'idea iniziale, lasciando all'immaginazione del lettore l'anelito di quell'evanescente riferimento al desiderio che pure avrebbe già detto qualcosa sul contenuto del libro.
Perché in fondo la poesia di Fo, che si proponga sotto forma di preghiera, come nella prima sezione della raccolta, o che penetri con grazia all'interno del miracolo della musica di Chopin, come accade nella sezione che ha titolo Il tono blu (Variazioni Chopin), è sempre alla ricerca di quel particolare che manca alla realtà per definirla, quella zona celata ed ambita che sappiamo esistere in qualche luogo e in qualche forma, perché fa parte indiscutibilmente delle nostre esistenze, e da cui però ci sentiamo irrimediabilmente separati. La parola ha dunque il compito di svelare e di riportare in vita, di consolare e di mettere in evidenza le parti che mancano, di dare concretezza a ciò che è impalpabile. E' quanto avviene nella preghiera. Solo che quella declinata da Alessandro Fo è orazione tutta impregnata di una religiosità laica e mondana, sia pure composta in una pietà sincera e devota: “E non è cosa meno incredibile il pensiero, / a pensarlo davvero, / questo nulla che si fa verbo e moto, / il corso di parole / che esercita il diritto / di pronunciarsi muto / e sfocia qui trascritto, // l’immateriale / dentro il materiale / – o forse nel suo vuoto // – come la Grazia, / nel suo corpo mortale”.
Nei versi di Mancanze vita e morte dialogano incessantemente, così come si rincorrono i volti delle persone care con le presenze di angeli (a loro è dedicata un'altra sezione del libro), che possono anche essere figure intraviste, apparizioni destinate a svanire, delle quali poi si potrà sentire appunto solo il peso dell'assenza. Gli angeli delle poesie di Fo, che denunciano uno stretto grado di parentela con le fanciulle e i ragazzacci di Saba, sono creature terrene nelle quali bene si rappresenta l'evanescenza della realtà, il senso del miracolo, la consapevolezza di qualcosa che abbiamo perduto e di cui sentiremo per sempre la nostalgia (“Né lei, probabilmente, / saprà mai quanto deve / alla sua veste il minimo bagliore / che ne riflette forse questa via / d’inchiostro e carta in metrica: // ispira diffidenza la poesia, / non convince la delicatezza, / poca gente è all’altezza dell’affetto, / quasi niente è il rispetto dell’amore..”).
Così il poeta, riducendo in sintesi il rilievo attuale della propria esistenza, scrive: “Una minima scia / che già si spegne / resta, se resta, lontana in qualche mente / su cui mi sporgo ancora come aneddoto / legato a una passata professura / o come inesplicabile fessura / di nostalgia per un compagno assente. / Ma lentamente la figura che una volta / parlando in me si dava nome 'io' / collimerà in rima piena con oblio”.
Fo, che insegna Letteratura Latina all'Università di Siena e ha recentemente curato e tradotto l'Eneide sempre per i tipi di Einaudi, predilige un linguaggio semplice e un tono leggero, velatamente ironico, senza che questo però significhi rinunciare alla complessità, ma anzi lasciandola emergere con più forza proprio dove l'ordinarietà sembra prevalere. A questo proposito, i versi dedicati a Chopin possono diventare una sorta di dichiarazione di poetica: “Il valzer in do diesis / minore (opera 64, 2) / sembra in contraddizione. / Appassionata, eloquente confessione / molto espressiva, come per raccontare… // … e poi prende la pena, / la volge in leggerezza” o ancora “… come possono valzer cosí tristi / giungere a donare tanta gioia?”


Pubblicato su succedeoggi.it



giovedì 12 giugno 2014

L'anima si incupisce



L'anima si incupisce se gli oggetti
di nessun conto, le lampade i bicchieri,
ci abbandonano, il corpo si protende
senza di loro sul ciglio dell'abisso,
il gesto si frantuma in reticenze.
Solo la mano cerca nella tasca
la moneta, la chiave, il punto fermo
che ci faccia sentire dentro casa
con la speranza che tazzine e brocche
non abbiano lasciato la credenza,
che siano al posto loro le ramine,
i calici in attesa delle bocche.




(da La vita dei bicchieri e delle stelle, Campanotto Editore)




mercoledì 4 giugno 2014

Alessandro D'Avenia, la scuola in diretta

Quando si parla di scuola affermando che la qualità dell'insegnamento non può prescindere da tre elementi indispensabili, “amore per ciò che si insegna, amore per il chi a cui si insegna, amore per il come si insegna”, e che lo studente deve essere riconosciuto come “soggetto di un 'inedito stare al mondo' e non come oggetto da cui ottenere prestazioni”, o si insegue l'interlocutore affrontandolo con argomenti simili, di solito si viene guardati dagli addetti ai lavori con l'accondiscendenza che si riserva a chi dice una cosa plausibile ma del tutto irrealizzabile, a chi propone una soluzione romantica per affrontare un problema, quello appunto dell'insegnamento, che ha bisogno innanzitutto di scelte tecniche. Ma dove vive questo, dicono gli occhi di chi insegna e vive ogni giorno la frustrazione alimentata da scarse soddisfazioni e da un'ancora più scarsa retribuzione, soprattutto se a pronunciare l'affermazione a favore dello scambio relazionale è un altro insegnante.
Deve aver subito occhiate del genere lo scrittore Alessandro D'Avenia, insegnante in un liceo milanese, quando ha pubblicato, un paio di settimane fa, un intervento nell'ambito del dibattito sulla scuola ospitato dall'inserto domenicale La Lettura del Corriere della Sera. Dice D'Avenia che istruzione ed educazione non sono separabili e che “non ci può essere educazione (né insegnamento) in differita, perché la relazione coinvolge tutti i livelli della persona (corporeo, intellettivo, spirituale)”. Insomma “solo la vita integrale educa” e si insegna con tutto, “sguardo, tono di voce, movenze del corpo, disposizione dei banchi, brillare degli occhi, segni su un compito, cellulare spento... e parole”. Aggiungerei che fondamentali sono anche le caratteristiche del luogo che ci ospita, ma a questo ho dedicato un altro intervento a cui rimando: http://moscheinbottiglia.blogspot.it/2014/04/un-inospitale-paesaggio-scolastico.html. 
Sulla seconda parte dello scritto di Alessandro D'Avenia mi soffermerò in un prossimo post, intanto sottolineo alcune affermazioni che mi sembrano convincenti.
Innanzitutto mi piace che si parli di nuovo di educazione. Si può insegnare (o almeno si può insegnare ottenendo qualche buon risultato) solo se si è disposti ad accettare un assunto: senza mettere in atto un processo educativo non è possibile nemmeno l'insegnamento. Sta di fatto che oggi la parola educazione fa paura. Forse perché rimanda a un sistema di valori, che non riusciamo più a mettere a fuoco, o forse perché richiede un diverso atteggiamento di chi è parte attiva nella pratica quotidiana della relazione scolastica, professori studenti genitori: bisogna mettersi in gioco.
Altra questione: la qualità della proposta scolastica non si misura sul numero di prestazioni che sono richieste allo studente né sulla difficoltà che prova nel corrispondere alle richieste, ma nell'interesse che chi insegna riesce a determinare in colui che dovrebbe imparare, nella passione che scatena, nella curiosità che genera. Uno studente annoiato e impaurito è di solito il risultato non di un insegnamento serio e severo, ma di una scuola che ha rinunciato alla relazione attiva tra le sue componenti principali, diventando invece il luogo della burocrazia e della rigida ripetizione di formule.
Infine, lo studente è il soggetto dell'atto educativo, in quanto è colui che deve imparare a conoscere il mondo. In questo senso non può essere il punto d'approdo delle richieste di chi insegna, il destinatario senza diritto di parola di un ammaestramento a senso unico, ma è invece colui che deve pretendere di sapere. Perciò deve essere messo nella condizione di chiedere. Deve prima di ogni cosa saper formulare domande sui contenuti che gli vengono proposti. Una scuola che genera attenzione e fornisce motivazioni valide è quella che insegna a fare domande.







lunedì 26 maggio 2014

Cordelli e le tribù dei letterati

Franco Cordelli su La Lettura del Corriere della Sera (domenica 25 maggio 2014) scrive che “la letteratura italiana degli ultimi vent'anni non è che una palude, in cui il bello e il brutto sono detti e sostenuti secondo un percorso prestabilito: pubblicazione (ma pubblicano tutti), recensione, premio”. Oltre questo schema “non c'è altro”, se non il riconoscimento da parte di una tribù. Appartenere alla tribù, della quale a volte si fa parte senza nemmeno riconoscersi all'interno del gruppo, è utile per un unico fine, “la sopravvivenza editoriale”.
Il critico Franco Cordelli
Franco Cordelli è così addentro alle cose del mondo letterario, e da così tanto tempo e con tale autorevolezza, per cui è opportuno, oltre che facile, dare credito alle sue parole. Insomma sono affermazioni che non vengono da un poeta deluso, che non riesce a collocare la sua opera presso un editore di prestigio, o da un bravo romanziere a cui viene negato perfino un premio minore, ma da uno scrittore e critico affermato, che frequenta la società letteraria con intelligenza e con occhio scaltro.
Cordelli conclude il suo articolo lasciandosi andare al gioco, del quale avremmo anche fatto a meno, ma che in verità ha una sua ragione d'essere, di fornire una mappa delle varie tribù, attribuendo a ognuna un certo numero di adepti (consapevoli o meno) e un nome che possa classificarla. Gli scrittori così irreggimentati sono settanta e sono scelti per il fatto di essere percepiti come “culturalmente significativi”. Tutti gli altri, i non classificati cioè, non ci sono perché “appaiono culturalmente irrilevanti” o perché “già acquisiti in una sfera di vera o presunta eccellenza”.
Al di là del tentativo, nemmeno tanto celato, di provocare al dibattito (ma chi reagirà nella palude, i citati o gli assenti?), le parole di Cordelli fanno riflettere su alcune questioni. Innanzitutto non si può che constatare come la società letteraria non esista più: chi scrive non si sente più parte di un mondo di persone che si scambiano opinioni, che cercano negli scritti degli altri qualcosa che li appassioni, che partecipano a una ricerca comune.
E' chiaro poi che una parte di coloro che scrivono è di fatto invisibile. E questo non dipende dal fatto che uno scrittore venga considerato o meno autore di opere di qualità, ma dalla sua contiguità con una o l'altra tribù. Se si è percepiti come membri del gruppo la visibilità è garantita.
La rappresentazione delle varie correnti (dal Corriere della Sera)
Sono solo cinque o sei i poeti presenti tra i settanta scrittori all'interno delle tribù indicate da Cordelli. Segno che la poesia rende invisibili, ma anche che la maggior parte dei poeti “ha rinunciato a dire qualcosa in più, oltre ai propri versi”. Resta da capire se la rinuncia nasca dall'impossibilità di far sentire la propria voce o dalla presunzione, comunque presente in molti, che la parola poetica sia permeata di sacralità e dunque preservi da qualsiasi altro intervento comunicativo.
L'impressione è che anche i poeti, nella loro invisibilità, da fantasmi insomma, si materializzino all'interno delle tribù (in particolare in quella definita da Cordelli dei Novisti e abitata da Cortellessa) o che ne abbiano formate di proprie, naturalmente del tutto “irrilevanti”, ma alla cui rilevanza loro credono tantissimo.
Infine se nella letteratura impaludata di questi anni è impossibile distinguere il bello dal brutto, questo è il risultato di una critica attenta quasi esclusivamente ai riscontri editoriali e alla visibilità, più o meno culturale, propria e degli amici della stessa tribù.




 

lunedì 19 maggio 2014

A scuola guardandosi in faccia

Lo scrittore Andrea Bajani svolge spesso attività a contatto con gli studenti delle superiori, frequenta il mondo della scuola, dialoga con alunni e insegnanti. In un recente volume, pubblicato da Repubblica e dall'editore Laterza, dal titolo inequivocabile di La scuola non serve a niente, si legge che, trasferitosi per qualche tempo in Germania, Bajani ha ha potuto constatare che in quel paese la lezione “è sempre dialettica”, cioè “l'insegnante fa lezione insieme ai ragazzi”. Invece che pretendere che gli alunni ascoltino in maniera più o meno passiva, l'insegnante “li interpella, li invita a contraddire e a criticare, a spiegare”. In questo modo, assicura Bajani, “è un continuo alzarsi di mani, un incalzare di precisazioni, esemplificazioni, richieste di chiarimenti”; del resto “quell'intervenire continuo contribuisce concretamente al voto finale”. L'atmosfera che si respira nelle aule tedesche è senza dubbio estremamente diversa da quella che caratterizza i nostri licei. “Nessuna interrogazione, nessun tribunale. Solo una dialettica continua, un parlare guardandosi in faccia, studenti con studenti, studenti con professori”.
Nella scuola italiana una lezione di questo genere è oggi impossibile. Innanzitutto perché nel nostro paese non siamo più capaci di confrontare le idee, nemmeno in un luogo a questo deputato come la scuola: ognuno di noi parte troppo spesso dal presupposto che parlare debba solo servire a convincere l'interlocutore a darci ragione. 
In secondo luogo una lezione “sempre dialettica” farebbe venir meno il presupposto, in questi ultimi anni sempre più diffuso, che i professori non sono al loro posto per trasmettere l'amore per la disciplina che insegnano, quanto per giudicare se chi è davanti a loro ha a disposizione una certa quota di conoscenze, se si è comportato correttamente, se ha capito cosa gli è stato spiegato.
Infine per parlare con i propri alunni, mettiamo di un romanzo, di un avvenimento storico o di un'opera d'arte, gli insegnanti dovrebbero dire invece che spiegare, cioè mettere in campo le proprie idee e le proprie convinzioni, altrimenti ogni contraddittorio risulterebbe impossibile. Ma in nome di una presunta necessaria estraneità dell'istituzione scolastica e dei suoi rappresentanti ad ogni coinvolgimento ideologico (“a scuola non si fa politica” abbiamo sentito spesso ripetere) si finisce per evitare di manifestare le proprie convinzioni. Anche di fronte a un racconto o a una poesia bisogna essere oggettivi, cioè asettici. In questo modo l'interlocutore, cioè lo studente, è portato a ritenere che può intervenire solo per dare risposte che servono ad essere valutato, risposte che vanno tradotte in voto.  



mercoledì 30 aprile 2014

MADRE di Roberto Carifi (Le Lettere)

Alla figura della madre è dedicato per intero il libro di versi di Roberto Carifi di recente pubblicazione per i tipi di Le Lettere. Il poeta toscano torna su uno dei temi maggiormente frequentati anche nella prima fase della sua produzione. Le diverse poesie, sia pure distinte e ognuna capace di rappresentare un singolo e compiuto componimento, finiscono per delineare una sorta di poemetto, che prende di volta in volta il tono di una lunga e sofferta Lettera, di una accorata Supplica, di un monologo attraverso cui ricostruire gli eventi che hanno caratterizzato il rapporto con la persona amata, ormai raffigurabili solo sul terreno della Memoria e della Nostalgia, come suonano i titoli di alcune delle sezioni in cui è diviso il volume.
Madre è un libro di grande forza emotiva, una coraggiosa confessione di sentimenti, che si muove tra il ricordo della figura materna dolce e piangente al tempo dell'infanzia e della giovinezza e la sua compassionevole partecipazione nel presente, con la donna si direbbe ancora più vicina dopo la morte, avvenuta ormai in un'epoca che Carifi avverte come irrimediabilmente lontana. Dopo la morte della madre, c'è infatti l'evento che ha segnato come uno spartiacque la vita del poeta: “Dieci anni fa stavo per morire. Poi fui trasportato / in uno spazio di recupero, sprofondato in una sedia a rotelle / e non parlavo più. La notte sentivo che mi parlavi, avresti / voluto piangere o forse era la madre di un bambino morto, / pregavo per te, pregavo per tutti, a volte ti vedevo soltanto io / passeggiare come un'ombra”.
Il poeta intesse un pietoso e implacabile dialogo con la figura materna, a cui senza indugio mostra i segni della malattia che l'ha colpito e che lo costringe in un corpo deturpato. “Le distanze sono infinite, tra te che sei nel Nirvana / ed io che mi trascino in questo letamaio, ma poi / vita e morte sono identici e noi due diventiamo / uguali. Anch'io sono vicino e ti stringerò / come si stringe il Grande Nulla, il vuoto”. O ancora: “Piccola madre, quando sarai pura mente / e mi guarderai a distanza, ricordati di me, / lo sciancato, e passa come un velo / accanto al mio letto, piccola, grande madre / quando sarai nel Grande Vuoto pensa / a questo martirio ed alla Compassione / che mi porto dentro”.
La prossimità della morte, l'aspirazione della parola al silenzio, la comunicazione con un mondo che non è quello terreno, la ricostruzione a tratti diaristica delle epoche della propria esistenza, tutti temi che si presentano più volte nel corso della raccolta, delineano una sequenza dove i piani temporali si confondono, e presente, futuro e passato si intrecciano e si sovrappongono. La lingua della poesia predilige un verso più ampio rispetto a precedenti raccolte, diventando più narrativa, ma allo stesso tempo rarefatta, facendo percepire nella scelta lessicale e nel ritmo utilizzato che l'approdo cercato è quello dell'assenza dei rumori, della serenità e della segretezza. Scrive Carifi, in una delle liriche più intense e sofferte della raccolta: “Quaggiù gli inverni cominciano presto, / e di nuovo le preghiere incontrano il silenzio. / Avrai sentito parlare di questa rovina, / tutto ti apparirà remoto, un'altra storia, un altro tempo. / Lo capisco, Madre, e ti vorrei raggiungere. / Intanto mi sto abituando al silenzio, / ogni giorno mi esercito all'addio”.
La raccolta Madre, proprio perché torna su un tema già fortemente praticato, consente di guardare al complessivo percorso poetico di Carifi potendo distinguere in esso un momento di passaggio e di mutamento, determinato prima dall'avvicinamento al buddismo, poi dalla malattia. Il linguaggio si è fatto più diretto, senza perdere incisività, le immagini calate in una realtà che quanto più è fatta di oggetti concreti tanto più rimanda ad altro.

pubblicato su Succedeoggi.it



martedì 22 aprile 2014

Un desolante paesaggio (scolastico)

Su La Lettura di domenica 20 aprile, Paolo Giordano annuncia che una serie di scrittori si occuperanno sulle pagine dell'inserto domenicale del Corriere della Sera di quello che a loro avviso è “un tema scottante che riguarda la scuola dell'obbligo”, sul quale avanzare “delle proposte concrete, o per lo meno delle provocazioni che siano costruttive”. Il primo a intervenire è Eraldo Affinati.
Io che scrittore non sono, non vivo facendo questo di mestiere, ma bene o male qualcosa ho pubblicato, insegno da trent'anni e su questo blog mi sono interessato più volte di questioni scolastiche, cercherò di dire la mia. Anche io a puntate, settimana dopo settimana.
Paolo Giordano dice, a ragione, che “quello che abbiamo di fronte non è un grande paesaggio”. Intende che la scuola italiana è alle prese con molti problemi, che negli ultimi anni sono andati ingigantendosi. E' vero. Io però, traducendo in termini reali la metafora del paesaggio scolastico, voglio innanzitutto parlare proprio del luogo dove studenti e insegnanti passano parte delle loro giornate. Insomma il paesaggio delle aule, delle sale insegnanti, dei corridoi, dei bagni all'interno degli edifici adibiti a scuole.
Negli ultimi tempi si è fatto un gran parlare della fatiscenza e della inadeguatezza di tali strutture. Si tratta in buona parte di costruzioni vecchie, realizzate decine di anni fa, o addirittura nate con altri scopi e adattate alle esigenze della vita scolastica.
Il dibattito sui fabbricati si è soffermato sulla loro pericolosità e non ha tenuto conto della bruttura degli ambienti, quasi sempre inospitali, soprattutto quelli destinati agli studenti più grandi. Nessuno di noi gradirebbe passare una parte delle proprie giornate in stanze dalle pareti sbiadite, che prendono luce da finestroni dagli infissi tetri, con tende che ricordano quelle esposte in uffici malridotti degli anni Sessanta, e forse risalgono a quell'epoca. Le mattonelle, solitamente di foggia diversa appena si passa da un ambiente all'altro, sono le stesse che hanno calpestato, una dopo l'altra, generazioni di studenti.
Ma come di fa a insegnare la bellezza delle opere d'arte e letterarie, l'esattezza della scienza, come si fa a porsi domande filosofiche e raccontare il fascino degli spazi diversi dal nostro in un paesaggio così antiestetico? Chi abita quotidianamente all'interno di queste strutture non avrebbe diritto ad altro, anche a prescindere dalla stabilità dei fabbricati e dall'adeguatezza alle norme antisismiche?
Chiunque dovesse entrare in un bagno come quelli che siamo soliti frequentare io e i miei alunni, se fosse collocato non in una scuola ma all'interno di un ristorante, si recherebbe subito dal proprietario per lamentarsene.
E' vero, le scuole erano così anche cinquanta anni fa. Ma mentre allora anche le nostre case erano più brutte, i bar meno accoglienti, i negozi di abbigliamento, le macellerie, gli studi dei dentisti tutti abbastanza sgraziati, ora non è più così. Sono diventati più gradevoli anche gli ospedali e le fabbriche, mentre gli edifici scolastici continuano ad essere dei luoghi abbastanza disgustosi, nel senso proprio che mancano di gusto.
Eppure vivere in uno spazio elegante e confortevole aiuta a essere migliori, ad apprezzare quello che abbiamo intorno, a trascorrere con più entusiasmo le nostre giornate. Perciò il mio primo suggerimento, che non so bene se è una proposta concreta o una provocazione, è rendere più belle le aule delle nostre scuole, farne del luoghi accoglienti.



sabato 19 aprile 2014

IL SANGUE AMARO di Valerio Magrelli (Einaudi)

E' del poeta il fin la meraviglia. Anzi l'obiettivo non è tanto quello di destare stupore nel lettore, quanto di riuscire ancora a meravigliarsi, guardare il mondo con gli occhi di chi indaga e scopre una realtà imprevista, utilizzare i sensi non certo per mettersi alla ricerca del rassicurante e del noto, ma per svelare arcani legami, relazioni nascoste che generano disorientamento e sorpresa. La poesia di Valerio Magrelli si muove da sempre con questa tensione, con l'intento della scoperta che sappia aprire scenari stupefacenti, capace di trovare il meraviglioso nel quotidiano, la rivelazione, a volte suggerita solo da parole che si richiamano nella sonorità, tanto più sorprendente e impressionante perché avviene proprio in quel luogo dove non ci saremmo aspettati altro che visioni ordinarie. Questo modo di procedere, che appare evidente anche nei libri in prosa, sempre più frequenti nella produzione dello scrittore romano, è significativamente accentuato nella nuova raccolta di liriche, Sangue amaro (Einaudi), dove lo sguardo del poeta appare più aperto ad assumere punti di vista diversi dal proprio, che provengono dai personaggi che animano le liriche, e dove la voce è disponibile a confrontarsi con i diversi interlocutori, cui spesso sono indirizzate le parole di chi scrive.
Se il mondo non riesce a stupirsi più di nulla, poiché tutto sembra già accaduto, di ogni avvenimento abbiamo informazioni a sufficienza, tanto che ci sembra di poter dare una spiegazione ad ogni cosa, le indagini di Magrelli suonano dunque come una sfida, che il poeta affronta senza la supponenza di chi ha in tasca una verità da sciorinare, nemmeno con l'energia e il vitalismo di chi è sicuro delle proprie opinioni, ma con il passo lento dell'uomo ancora disposto a fermarsi di fronte alle cose, che sa che per guardare veramente bisogna liberarsi dall'idea che la realtà sia così come sembra e che possa essere svelata da un'occhiata fuggevole. In questo suo nuovo libro, Magrelli avanza verso le sue scoperte con la razionalità vigile e disincantata che da sempre caratterizza i suoi versi, ma anche con il sorriso spesso sconsolato che spinge a ironizzare sulle proprie debolezze e sulle sicurezze altrui. Il risultato è un accorato senso di appartenenza al dolore che lega tutte le esistenze o l'impietosa e rabbiosa condanna che va a colpire coloro che avanzano per la propria strada senza curarsi del malessere comune. Una poesia insomma di afflato civile, anche quando l'attenzione si posa sugli avvenimenti o sui piccoli oggetti della quotidianità.
Emblematica è la poesia Rumore, fa' silenzio!, che apre la sezione intitolata Otobiografia. Attento come sempre ai segnali del corpo, Magrelli comincia col notare che mentre “C'è gente che trova figure / nascoste nella carta da parati / o nelle nuvole”, a lui succede con i rumori. Anzi più nello specifico col vecchio phon che utilizza per asciugarsi i capelli. Sarà l'elica difettosa o i cuscinetti a sfera “ma so che inizia a intonare una trenodia, / o meglio, a sussurrarla sottovoce. // Prima si avvertono solo suoni indistinti, / una folla che fugge, moto che si avvicinano, / ma facendo attenzione / appaiono via via urla, richiami”. E più avanti : “Sento dialetti slavi, minacce, spesso spari: / un giorno sono rimasto ad ascoltarlo quasi dieci minuti / per seguire le fasi di un rastrellamento / in un lontano villaggio dei Balcani”. Il poeta si dice che forse tutto questo è solo “un miraggio uditivo, un'impressione”. Ma non è così, “La verità è diversa: / mentre mi punto alla tempia quell'attrezzo / che sembra una pistola, / viene fuori il racconto di storie terribili, / fucilazioni, il pianto di bambini. / E' come una confessione non richiesta, / una registrazione spedita per errore. / Che c'entro, io, con tutto questo sangue, / io che mi voglio solo asciugare la testa?”.
La poesia di Magrelli costruisce, verso dopo verso, un'impalcatura ordinata e beffarda intorno al lettore, fatta di giochi di parole e di scivolamenti verso la prosa, di volute barocche e di lapidarie sentenze, che costringe a sentirsi meno sicuri, a chiedersi dove finisca la poesia e cominci la gabbia che ci imprigiona. Se il mondo ragiona per luoghi comuni, il poeta tende a scomporli, se è superficiale e disattento di fronte ai valori della convivenza, reagisce con sarcasmo e amarezza. “Meteorologica è l'unica, vera / coscienza che noi abbiamo dello Stato, / immagine sgargiante / di isobare come panneggi / che corrono su una nazione / circondata dal nulla” afferma con contrarietà Magrelli. Di fronte all'annebbiamento collettivo che sembra aver colpito le nostre coscienze, infine non c'è altro che provare strazio e tormento. Nella poesia che dà il titolo al volume, Magrelli scrive: “C'è chi fa il pane. / Io faccio Sangue Amaro. / Che chi fa profilati d'alluminio. / Io faccio Sangue Amaro. / C'è chi fa progetti per lo sviluppo aziendale. / Io faccio Sangue Amaro. / Io mi faccio il Sangue Amaro. / E' una specialità della casa, fin dal lontano 1957”. Che è poi l'anno di nascita del poeta.


(Pubblicato su succedeoggi.it)



giovedì 27 marzo 2014

Leopardi e "il bel crin" di Fiorenza

Parlando del Chiabrera, poeta e drammaturgo attivo nei primi decenni del Seicento, in una pagina dello Zibaldone Giacomo Leopardi si sofferma su una questione che vale la pena richiamare alla nostra attenzione. In una delle sue note linguistiche e critiche, tanto acute e sottili quanto ancora oggi marginalmente considerate, il poeta di Recanati afferma che a volte la collocazione fortuita delle parole può produrre nei lettori un'altra idea rispetto a quella voluta dall'autore, e che pure chiaramente si evince dal testo. E' un effetto che, a detta di Leopardi, va assolutamente schivato, “massime in poesia dove il lettore è più sull'immaginare e più facile a creder di vedere”, e anzi è propenso a credere “che il poeta voglia fargli vedere quello ancora che il poeta non pensa o anche non vorrebbe”.
A riprova, utilizza appunto una delle Canzoni lugubri di Gabriello Chiabrera, In morte di Orazio Zanchini, la cui terza strofe si chiude con Fiorenza, che è poi la personificazione di Firenze, che “Ora il bel crin si frange, / E sul tuo sasso piange”. Non senza ironia Leopardi fa notare che, pur essendo chiaro il senso dei versi, e cioè che Fiorenza si percuote (si frange) il capo con le mani e piange sul sepolcro dello Zanchini (sul tuo sasso), coloro che leggono la canzone del Chiabrera, “colla mente così sull'aspettare immagini”, sono indotti invece a figurarsi Fiorenza “che percuota la testa e si franga il crine sul sasso del Zanchini”.
La nota prosegue specificando che l'immagine illusoria generata dalla collocazione delle parole può anche essere accettata dall'autore, se non nuoce a quella vera, e comunque se essa può collocarsi di seguito alla prima senza sovrapporsi ad essa, “giacché due immagini in una volta non si possono vedere”. Anzi proprio in questo modo si può procurare “quel vago e quell'incerto ch'è tanto propriamente e sommamente poetico”, poiché si generano quelle immagini che sono ispirate “da cosa invisibile e incomprensibile e da quell'ineffabile ondeggiamento del poeta che quando è veramente ispirato dalla natura dalla campagna e da chechessia, non sa veramente com'esprimere quello che sente, se non in modo vago e incerto, ed è perciò naturalissimo che le immagini che destano le sue parole appariscano accidentali”.
Dalla lezione di Leopardi si possono ricavare alcune considerazioni. Innanzitutto è interessante notare come il lettore di poesia, o meglio qualunque lettore di fronte a una poesia, si senta in dovere di cercare un significato ulteriore rispetto a quello che si deduce immediatamente dai versi. Ciò accade perché il lettore pensa che il poeta voglia fargli vedere qualcosa di diverso da quello che le parole descrivono. Chi legge si pone davanti ai versi con un atteggiamento meno remissivo di quello utilizzato di fronte a un testo narrativo, ma anche con la disposizione di chi non si fida. Il linguaggio della poesia è complesso: nasconde scoperte impreviste, ma a volte anche delle trappole. Si realizza in poesia una sorta di gioco delle parti, basato su reciproche presupposizioni: il lettore ritiene che il poeta possa aver detto altro da quello che è scritto sulla pagina; il poeta che sia suo compito esprimersi in maniera misteriosa se non proprio oscura, pensando che è questo che il lettore cerca nei suoi versi .
Anche per questo in poesia la collocazione delle parole finisce per risultare sempre significativa: le parole crin, frange e sasso mi inducono a vedere un'immagine in cui la testa si fracassa contro il marmo della tomba, anche se la poesia del Chiabrera non dice nulla di tutto questo. Il poeta deve dunque sempre pensare al margine di evocazione che le sue parole comportano, anche quando il linguaggio della poesia vorrebbe essere realistico o assolutamente razionale.
E' il caso inoltre di sottolineare che lo scritto di Leopardi individua in colui che scrive versi una qualità particolare e fondamentale: quella del creatore di immagini. Il lavoro del poeta non può prescindere dall'attenzione alle immagini che la lingua produce, dal loro concatenarsi, dal modo in cui esse si richiamano l'una all'altra. E' una qualità, così presente nella letteratura classica, di cui i nostri poeti non tengono gran conto. D'altra parte se la nostra è la società dell'immagine, il poeta dovrebbe muoversi in essa in pieno agio, invece che sentirsene escluso: evidentemente non sa o non vuole credere che le sue parole producano immagini. Nel caso della poesia le immagini hanno una forza prepotente e rovinosa, in quanto rendono visibile l'invisibile e l'incomprensibile.
Non sfugga infine l'affermazione “è perciò naturalissimo che le immagini che destano le sue parole appariscano accidentali”. In poesia, sia detto ancora una volta a vantaggio dei tanti che ancora si ostinano a credere il contrario (e soprattutto a quelli che, ostinandosi, scrivono versi), non esiste spontaneità, anche l'evento accidentale è frutto di un'attività di controllo e competenza, se non del poeta sulla lingua, almeno della lingua su se stessa.